50 anni? Si noi li abbiamo compiuti

Nel 2019 SdC ha festeggiato 50 primavere di musica! Come era d’obbligo nell’occasione, proprio durante questo mese abbiamo festeggiato ripercorso la nostra storia, riflettuto su futuro. Condividiamo un contributo significativo nel sopraggiungere di un altro compleanno.

Articolo apparso in: Il Porticciolo, 2021/XIV, n. 1, pp. 136-141. Per gentile concessione dell’autore e della Direzione della Rivista.

Ricordi di un fondatore di Fabrizio Mismas

Ebbene sì, sono tra i quattro o cinque che ancora possono dire «io c’ero».

Ventunenne studente dell’Accademia di Belle Arti, attesi il giorno della fondazione della Società dei Concerti lavorando eccessivamente di fantasia prefigurando, cioè, chissà quale cerimoniale prodigiosamente officiato. Invece il tutto si risolse in un ostinato ticchettìo di una macchina da scrivere, con registrazione di dati personali, rilettura del testo e altre formalità[1].

Poi? A parte la mia delusa insofferenza, nulla. Una stretta di mano e via a lottare contro inattese avversità. Perché nei primi tempi tutto ricadeva sulle spalle dei fondatori[2], dall’organizzazione dei concerti alla soluzione dei problemi pratici. Solo due esempi che oggi meraviglieranno non poco.

Essendo io il più giovane e per di più motorizzato con un annaspante mezzo, realisticamente qualificabile ‘bicicletta a scoppio’, fui nominato sul campo ‘collettore’ ossia addetto alla raccolta, porta a porta (!), delle quote associative con rilascio di ricevuta, mansione oggi impensabile. E questo ogni mese.

Altra singolarità: messi sotto pressione dalle lamentele del maestro Garbarino[3] circa la scarsa presentabilità del Convegno per tutti Unione Fraterna – una delle sedi da concerto come il Teatro Civico, la Sala Dante, il Cinema Teatro Astra – tinteggiai con due mani di bianco l’ingresso e la sala assieme a un altro volontario. Non ci facemmo mancare gli incidenti conditi di accidenti provenienti dalla strada per aver rovesciato qualche goccia di disincrostante in testa a un passante. Una corsa contro il tempo: finimmo a poche ore da Schubertiade, concerto del 16 novembre 1973[4]. Lieder di Franz Schubert di cui tuttora avverto la poesia profusa a piene mani dal soprano Margaret Baker[5] e dagli interventi screziati di lontana malinconia del corno, voce, non me ne voglia il pianista, per me di gran lunga più bella dell’orchestra: calda, nobile, possente ed evocatrice di lontani spazi.

Altro incarico, anfitrione dei musicisti: accoglienza, accompagnamento a teatro per le prove e talvolta al ristorante. Ebbi la possibilità quindi di conoscere grandi personalità del mondo della musica. Ma il primo ricordo è tutt’oggi indelebile perché, manipolando un detto popolare, il primo concerto non si scorda mai.

La Società dei Concerti, immediatamente dopo la fondazione, volle presentarsi al pubblico spezzino col botto: lo spettacolo di un’orchestra sinfonica impegnata in un programma tutto beethoveniano[6].

Da un paio d’anni avevo contratto l’insaziabile malattia per la musica che mi arrovellava con l’ansia del sapere e che mi spingeva a divorare tutto quello che si poteva leggere in commercio o in biblioteca, per la verità davvero poco, e a passare ore incollato a Radio Tre a sorseggiare conoscenza dalle trasmissioni di critica musicale, stratosfera nei confronti di quelle odierne e ben salvate nell’hard disc del mio cervello: Franco Soprano, Il mondo dell’opera[7]; Giuseppe Pugliese, Il melodramma in discoteca e Gustav Mahler l’inattuale; Gabriele De Agostini, Interpreti a confronto e poi Giorgio Gualerzi, Rodolfo Celletti, Roman Vlad a capo di loro specifiche rubriche. Libri, riviste, radio, quindi, e dischi, tanti dischi. Dal vero solo la magnifica Banda della Marina Militare e quelle due o tre opere che vidi al Civico.

Qui voglio uscire dal seminato per alcune righe.

Se chiudo gli occhi e scandaglio il fondo dello scrigno dei ricordi, rivedo opere allestite in economia, scene poco più che parrocchiali, cantanti o a inizio o a fine carriera e un’orchestra ridotta nell’organico, ovviamente sostegno al canto. Non recepivo certo la pasta, il colore, la dinamica, la grana di un’orchestra sinfonica. Ed io non avevo mai avuto occasione di ascoltare un’orchestra sinfonica.

Rammento una Butterfly che a dispetto dell’allestimento mi sollevò tre metri sopra la cruda terra in virtù della musica di Puccini ben più forte dei limiti degli interpreti sebbene allora io non sapessi giudicare: andavo a teatro per apprendere l’opera diversamente da oggi in cui vado a teatro per valutare regia, cantanti, direttore, allestimento e magari attendere, spesso vanamente, impreviste rivelazioni.

Se Butterfly mi aveva estasiato, Trovatore mi fece sbellicare dal ridere.

Trovatore! Opera popolare, in passato abusata da atletismi vocali e da battagliere iperboli direttoriali. Eppure, per mio conto, opera al pari, per ragioni diverse, di Otello, Falstaff, Don Carlo. Anzi opera teatrale come poche: una inventiva musicale torrenziale entro capovolgimenti serrati e una vivaddio distanza dal vero. Giacché sul palcoscenico del Trovatore non sale la replica di ciò che lo spettatore ha quotidianamente sotto gli occhi, ma ciò che nella vita non succede mai e che lo spettatore vorrebbe che succedesse almeno una volta. E questo succede nel Trovatore per magia di appagante e favoloso teatro. Fumettone all’apparenza, essenza di commedia invece. 

Ebbene il giovane ardente Manrico era un tenore avanti negli anni, dalla voce ancora in grado di dispensare spiccioli di un passato rispettabile ma dall’aspetto ormai appesantito dall’energico aggetto di un naso aquilino, da una bazza sotto il mento in moto perpetuo e da una pancia plasticamente ragguardevole. In compenso la produzione gli aveva schiaffato in testa una parrucca bionda da paggio con tanto di risvolti laterali. E nella scena del Chiostro il clima di ansiosa attesa si risolse, almeno in me, in un’eruzione di sghignazzi a forza spacciati per tosse e malessere.

«Tergete i rai e guidatemi all’ara» impone Leonora alle affrante amiche. Irrompe il Conte di Luna fermo nel rapimento con un perentorio «No! Giammai!» cui conseguono gli sbigottimenti «Il Conte!» di Ines e delle donne e «Giusto ciel!» di Leonora. Il nobile incalza «Per te non havvi che l’ara d’Imeneo». Ma ecco una delle impossibili e sane coincidenze del Trovatore: inatteso, Manrico risorge da morte presunta a sventare il ratto. E di corsa il tenore si precipita dalle quinte a fronteggiare il Conte con bazza oscillante, tette e pancia sussultanti a tempo con la rullata del timpano generosa ad irrobustire la strappata dell’orchestra. Poi, spavaldo e irriverente, si piazza là, davanti al rivale con la spada minacciosa verso il cielo. Constatai quanto sia breve il passaggio dal commovente al ridanciano. Irridente e un po’ maligno, attaccai a ridacchiare e non gustai neppure l’attonito e incantato «Sei tu dal ciel disceso o in ciel son io con te?» di Leonora.

Torniamo all’orchestra.

Come detto, non conoscevo il suono di un’orchestra sinfonica. I tanti dischi mi avevano inoculato un suono ristretto, gli strumenti uno sopra l’altro, una dinamica dal mezzo forte al fortissimo, fortissimo teso, secco, verticale, metallico. Dischi ancora monofonici perché uno stereo dei Karajan, Solti o Bernstein costava quanto due mono di Walter, Toscanini o Furtwängler. E poi quanti potevano vantare un apparecchio di fedele riproduzione? Le famiglie di livello economico medio basso e, per di più, monoreddito possedevano la famigerata valigetta. Ormai oggetto misterioso sfrattato anche dalla più dimenticata soffitta, la valigetta era un riproduttore di dischi molto simile, come diceva il nome, ad una valigia. In genere rosso-scura, si apriva facendo scattare due fermagli di ottone. Il coperchio si disponeva orizzontale appena discosto dal corpo per la scarsa lunghezza del filo di collegamento, cordone ombelicale del suono, perché quello era l’altoparlante. Il corpo alloggiava, si fa per dire, piatto e amplificatore. Straordinario mezzo di distruzione di massa di dischi che presto digrignavano crepitii e fluttuanti lamentele, la valigetta era la chiave che mi dava adito all’universo musica. Un vero universo per il neofita. La mia frenesia di musica si mescolava allo smarrimento: ero un naufrago nel mare sterminato delle composizioni, senza un cane che mi indicasse la rotta giusta per non affogare nell’abbandono da scelte sbagliate. Se i primi ascolti fossero casualmente caduti sull’Ottava di Mahler o sul Pelleas, per cui oggi spasimo ma brani più di arrivo che di partenza, forse avrei virato verso il collezionismo di figurine.

Ebbene per la buona riuscita dell’iniziazione rendo merito alla Società dei Concerti, alla valigetta, alle trasmissioni radio e, qualcuno si meraviglierà, a Selezione dal Reader’s Digest. Rivista mensile statunitense di formato tascabile che raggiungeva un impensabile numero di famiglie tramite il veicolo posta. La vedevo nelle case di tanti compagni di scuola o di rione. Ebbene la rivista era una finestra spalancata sui fatti del mondo e consentiva persino di leggere un libro, anche corposo, condensato in circa un terzo delle pagine originali mediante un ‘taglia e incolla’ delle sue parti più significative.

Nel 1962 ebbe un’idea tanto rivoluzionaria quanto poi imitata ed oggi dimenticata. Dietro pagamento, avrebbe spedito lussuosi cofanetti contenenti dischi. E in casa entrò, ben prima della mia passione per la musica, una pesante confezione simil volume con copertina rigida da cui un Beethoven arcigno, per i tratti taglienti di una incisione d’epoca, difendeva i sette dischi delle sue nove sinfonie. Edizione inedita per l’unitarietà interpretativa: per la prima volta l’acquirente ascoltava le nove sinfonie incise da una stessa orchestra, la Royal Philarmonic di Londra, dallo stesso direttore, il musicologo René Leibowitz, e soprattutto in un ristretto e recente arco di tempo. Incisione nuovissima dal suono stereo e corposo. Non solo, il tutto era corredato da un fascicolo che illustrava Beethoven uomo e musicista, il suo tempo e addirittura guidava l’ascoltatore alla comprensione di ogni movimento. Ecco il salvagente che, da quattro o cinque anni, attendeva il naufrago nella sua stessa libreria di casa per orientarlo con cognizione.

Ma torniamo davvero all’orchestra.

Quando il maestro Cizek[8] direttore dell’orchestra di Kosice-Bratislava mi chiese, un po’ a gesti e un po’ a mezze parole, di usufruire del teatro Civico per una prova, penso di rifinitura, capii al volo l’entità dell’occasione che mi si offriva. L’orchestra si dispose e attese, disciplinata, che le braccia allargate del maestro si risolvessero all’attacco. E l’attacco non deflagrò di schianto come aspettavo, piuttosto rimbombò largo con un forte corposo, orizzontale, dilatato, con un timbro tendente al brunito per il carico degli ottoni. Era questa la voce dell’orchestra? Voce centrata, più velluto che acciaio, coi contorni riverberanti, un peso tondeggiante che riempiva il Civico, esente da quella tagliente tensione da me immaginata. E la strappata subito smorzata lasciava galleggiare, lassù, un po’ lontano e lamentoso, l’inciso dell’oboe. Era l’introduzione della Settima. Il maestro volle provare brevi estratti scelti da ogni titolo, non solo Settima ma anche Leonora III e Concerto per violino. Conoscevo già piuttosto bene quei brani beethoveniani, anche da interpreti diversi, e l’impressione fu di una lettura attenta ma faticata. Carattere che scomparve totalmente allorché al concerto offersero come bis La Moldava, pane di casa loro, e filarono via con sicura fluidità padroneggiando e magari vagheggiando sorgenti, cacciagioni nei boschi, nozze di contadini, ripide di San Giovanni e, alla fine, l’ampia corsa verso l’Elba. 

Il Premio San Michele mi porse un’opportunità nuova: conoscere i grandi nomi del concertismo internazionale[9]. Il mio compito era assistere il gradito ospite in ogni momento del suo soggiorno spezzino. Così frequentai per un giorno Margaret Baker-Genovesi, Nikita Magaloff, Lazar Berman, Rudolf Barshai e tanti tanti altri.

Nel febbraio del 1991 Roman Vlad fece spazio nel tavolo da pranzo e tracciando linee con l’unghia dell’indice destro mi spiegò in modo magistrale, ancora non so come arrivammo a tale argomento, la Sezione Aurea ed io, insegnante di un Liceo Artistico, notai quanto poco ne sapevo.

Enrica Cavallo e Franco Gulli mi disarmarono con la loro nobile semplicità[10]. Cittadini del mondo, docenti in una rinomata scuola di perfezionamento americana, acclamati concertisti – di tanto in tanto leggo una recensione su un disco del duo o di Gulli concertista e le stelle sono sempre cinque a sintesi grafica di giudizi eccellenti – si muovevano e si rivolgevano con cortese garbo, quasi con deferenza nei confronti miei, una sotto nullità nei loro confronti. La modestia dei grandi!

Ma se qualcuno mi domandasse chi mi abbia incantato di più risponderei senza esitazioni: il maestro Gianandrea Gavazzeni.

Mai avevo conosciuto mente tanto chiara, sgombra, in grado di accendere con poche parole, ma quali parole!, collegate insieme, ma in quale relazione!, la luce su una qualsiasi problematica razionalizzandola alla soluzione. Era il 3 aprile 1989 e il maestro venne alla Spezia con l’autista e io approfittai subito proponendomi per una visita di Portovenere, con pranzo[11]. Vuotavo i piatti senza accorgermi minimamente di cosa ingurgitassi tanto ero impegnato a sfruttare l’occasione per farmi finalmente dare le attese risposte ai numerosi perché accumulati in anni di ascolti musicali. E lui, signorile, stava al gioco e rispolverava la sua passione nel riscontrare la mia. Avevo seguito, giusto nei mesi precedenti, i suoi lucidi e fieri dissensi contro i burocrati della cultura che da un lato ne esaltavano retoricamente la funzione sociale e dall’altro la inaridivano tagliando le sovvenzioni. Battagliero e mai domo, aveva anche innescato una polemica, oggi attuale purtroppo, in opposizione alle regie sfacciatamente non in sintonia con lo spirito della musica. Conoscevo le sue esecuzioni in disco – continuo a stravedere per il suo Simon Boccanegra del 1973 con Piero Cappuccilli, Katia Ricciarelli, Raimondi e Placido Domingo – e in diretta RAI dai maggiori teatri, a partire dalla Sonnambula scaligera dell’86, prodigio di chiarezza e canto arioso. Incalzato su più fronti, bonariamente il maestro mi soddisfaceva raccontando la voce penetrante, contrariamente alla vulgata, di Tito Schipa; le magie timbriche e l’estro imprevedibile di Victor De Sabata, arte di elargire sale e pepe nell’esecuzione; le sbalorditive risultanze dei nuovi dischi, citati con disprezzo, da ascrivere più all’ingegnere del suono che al direttore d’orchestra: «Conosce l’ultima uscita discografica del tal notissimo maestro nella Sinfonia domestica di Strauss? Bene, avrà sentito le mirabolanti capriole dei corni praticamente impossibili in teatro senza le diavolerie della sala d’incisione». E poi ancora le opere Veriste di cui era indiscusso punto di riferimento musicologico e infine Arturo Toscanini, che aveva conosciuto bene, e la vexata quaestio dei cantanti delle incisioni americane del decennio 1944-1954.

         Perché l’artefice di quella fenomenale generazione di cantanti dai primi anni Venti alla metà dei Trenta alla Scala – a memoria cito Mariano Stabile, Aureliano Pertile, Tancredi Pasero, Giacomo Lauri-Volpi, Mafalda Favero, Toti Dal Monte, Gilda Dalla Rizza e chissà quanti altri – aveva chiamato per queste esecuzioni radiofoniche interpreti non di prima grandezza con l’eccezione di Tucker, Giuseppe Valdengo e della Milanov?

Gianandrea Gavazzeni mi parlò di contratti ed esclusive, veri lacci alla libertà dell’artista. In effetti lessi più tardi un’intervista a Giuseppe Di Stefano che rivelava di essere stato prescelto quale Riccardo ne Il ballo in maschera del 1954 dopo aver partecipato, tre anni prima, alla famosa incisione del Requiem di Verdi. Il progetto saltò per la frapposizione di vincoli con un’altra casa discografica. Allora la scelta cadde su Jussi Bjorling che però declinò per problemi personali piuttosto noti. Infine, la parte fu assegnata al fedelissimo Jan Peerce il cui impasto di voce, dicono, ricordava al maestro quello del prediletto Pertile. E poi Mascagni e la scuola verista italiana e poi l’insopprimibile rabbia per i fiori recisi al loro sbocciare dal destino impietoso: Alfredo Catalani e il maestro Guido Cantelli strappati alla musica negando al pubblico chissà quali altri esiti.

Chiesi al maestro Gavazzeni lumi sulla tournée del 1964 a Mosca con i complessi scaligeri in cui aveva presentato un Trovatore dai cui dischi mi sembrava di percepire un Bergonzi poco in voce. Non sbagliavo: Bergonzi – Manrico eroico a sfidare più una inaspettata e debilitante indisposizione che un fiero Cappuccilli – Conte di Luna.

La sera del concerto il maestro regalò al pubblico spezzino un Idillio di Sigfrido, con i Cameristi della Scala, di rara trasparenza e sovrana distensione. Wagner ne uscì disincrostato da romanticismi spessi e ristagnanti. Ma l’Idillio nella mia memoria è legato a un reiterato strafalcione che talvolta ho udito nelle presentazioni radiofoniche – al pari di Bruno Uolter – e ho letto sia in alcuni programmi di sala sia, non faccio sconti, persino nel volume Trent’anni suonati edito nel 1999 proprio dalla Società dei Concerti: «dal Sigfrido di Richard Wagner, Idillio di Sigfrido»[12] talvolta ridotto in «Idillio in Mi maggiore». Orrore, griderebbe la voce roca di Toscanini, orrrore con tre erre!  Eppure, in Ludwig Luchino Visconti aveva ricostruito con la solita fedeltà maniacale la prima esecuzione del brano. Composto da Wagner come pezzo autonomo quale regalo a Cosima, sposata quattro mesi prima in seconde nozze, per il suo trentatreesimo compleanno che cadeva proprio il giorno di Natale. Regalo altresì per il figlio Sigfrid nato da circa un anno e mezzo e, ovviamente, per il Natale. Così all’alba di quel 25 dicembre 1870, Wagner faceva entrare alla chetichella nella villa di Tribschen, fuori Lucerna, la piccola formazione orchestrale e la disponeva sotto la scala diretta al piano superiore. All’attacco, Cosima si sveglia, incuriosita si affaccia alla balaustra del corridoio sovrastante e riceve dal marito gli auguri che mai più dimenticherà nel corso dei lunghi 47 anni in cui ella sopravvisse a Richard.

Al termine della giornata spezzina, regalai a Gavazzeni una caricatura a colori di formato 50 x 70: era effigiato nell’atto di menare la bacchetta e di ricevere i complimenti dal suo venerato maestro Ildebrando da Parma, al secolo Ildebrando Pizzetti. Gradì il dono al punto che pochi giorni dopo un postino mi recapitò un pacco contenente tre libri di Gavazzeni con una dedica che mi inorgoglisce ancora oggi: «A Fabrizio Mismas, per grato ricordo della giornata a La Spezia e del suo geniale dono, con viva cordialità – Gianandrea Gavazzeni – Bergamo aprile ‘89». Guai a chi mi tocca tali libri.

Una cosa sola mi brucia. Portai con discrezione la macchina fotografica al ristorante di Portovenere. Volevo fermare tanta occasione. Presi accordi ripetuti con un cameriere: ruoti qui, prema là, solo due scatti per non infastidire il maestro.

Di due foto ne fosse riuscita una ‘a fuoco’!


[1] Il 29 settembre 1969 un gruppo di musicofili spezzini costituì una nuova istituzione concertistica che ottenne personalità giuridica in virtù della deliberazione della G.R. n° 215 del 28 gennaio 1993» Trent’anni suonati.Repertorio dei concerti eseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, p. 7. «Ne è primo presidente lo scultore concittadino Claudio Ambrogetti». Ernesto Di Marino, ‘La cultura musicale’, in: La Spezia. Volti di un territorio, a cura di Spartaco Gamberini, Bari-La Spezia, Laterza-Cassa di Risparmio della Spezia, 1992, p. 864.

[2] Claudio Ambrogetti, Maria Giovanna Nuti, Clarice Sanguinetti, Mauro Manfredi, Cesarina Guaschino, Maria Mariotti, Anna Bruno Ambrogetti, Aldo Marletti, Ada Marisa Aprigliano, Ferdinando Andolcetti, Ernesto Di Marino, Fabrizio Mismas, Gian Pietro Cucini.

[3] Giuseppe Garbarino (1937), clarinettista, compositore e direttore d’orchestra. Ha realizzato una significativa carriera internazionale in tutti gli ambiti nei quali ha operato, ricevendo numerosi e importanti riconoscimenti. È stato direttore artistico della Società dei Concerti della Spezia dal 1971 al 1996. Ernesto Di Marino, ‘La cultura musicale’, in: La Spezia. Volti di un territorio, a cura di Spartaco Gamberini, Bari-La Spezia, Laterza-Cassa di Risparmio della Spezia, 1992, p. 864; Trent’anni suonati. Repertorio dei concerti eseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, p. 3

[4]Il concerto ebbe luogo presso il Teatro Il Convegno (attualmente denominato Unione Fraterna). Il programma prevedeva l’esecuzione di alcuni tra i lieder più importanti di Franz Schubert. L’ensemble strumentale era costituito da: G. Garbarino – clarinetto, G. Bellini – corno, L. Franceschini – pianoforte; presentazione a cura di Giselda Panusa. Trent’anni suonati. Repertorio dei concerti eseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, p. 20.

[5] Margaret Baker-Genovesi, soprano. Iniziò la sua carriera in Australia, sua nazione di origine, ove precocemente interpretò i ruoli di Violetta ne La traviata di G. Verdi e Susanna ne Le nozze di Figaro di W.A. Mozart. Ha realizzato una significativa carriera internazionale sotto la direzione delle più importanti ‘bacchette’ del XX secolo (G. Gavazzeni, N. Harnoncourt, P. Maag, W. Sawallisch, ecc.). Negli ultimi anni si è dedicata, con brillanti risultati, all’attività di insegnamento del canto.

[6] Il riferimento è al concerto dell’Orchestra di Kosice-Bratislava diretta da B. Cizek svoltosi presso il Teatro Civico in data 30 settembre 1969. Per l’occasione vennero eseguiti i brani seguenti: Leonore III in do maggiore op. 72a, Settima sinfonia in la maggiore op. 92, Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 61. Violino solista: P. Michalica. Trent’anni suonati. Repertorio dei concerti eseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, p. 12.

[7] Il critico musicale partenopeo Franco Soprano condusse per alcuni decenni, sulle emittenti nazionali, numerose trasmissioni radiofoniche dedicate alla musica che riscossero un positivo riscontro da parte del pubblico.

[8]Trent’anni suonati. Repertorio dei concerti eseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, p. 12.

[9] «Bisogna ricordare poi che nel 1986 la Società dei Concerti ha istituito il Premio San Michele, un riconoscimento che viene conferito annualmente dal Sindaco della Spezia a personalità di spicco della cultura musicale italiana. Dalla sua istituzione sono stati premiati: Pina Carmirelli, Amedeo Baldovino, Piero Farulli, il Duo Gulli-Cavallo, Gianandrea Gavazzeni, Goffredo Petrassi, Katia Ricciarelli, Renata Scotto, il Trio di Trieste, Roman Vlad. Nel 1999 l’insignito è Ennio Morricone» Roman Vlad, ‘Prefazione’, in: Trent’anni suonati. Repertorio dei concertieseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, p. 9.

[10] La violinista Enrica Cavallo e il violista Franco Gulli.

[11] Gianandrea Gavazzeni fu insignito del Premio San Michele 1989, per l’occasione diresse I cameristi della Scala; presentazione di Nicoletta Orsomando. Trent’anni suonati. Repertorio dei concerti eseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, pp. 88-89

[12]Trent’anni suonati. Repertorio dei concerti eseguiti dal MCMLXIX al MCMXCIX, a cura di Giuliana Antonello, La Spezia, Giacché, 1999, p. 88.